Viaggio al centro di se stessi#pensieri sibaldiani
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Viaggio al centro di noi stessi #riflessioni sibaldiane

Avete presente una cellula?

Fino a qualche decennio fa la scienza ufficiale asseriva che il centro nevralgico della cellula umana fosse il nucleo, custode del prezioso patrimonio genetico.

In seguito l’epigenetica dimostrò che in realtà il vero centro, il cervello della cellula, risiede nella membrana che la avvolge. Per così tanto tempo è passata inosservata, sottile, discreta, considerata poco più che un semplice involucro. Eppure il vero cuore della cellula è sempre stato li, in quei pochi milionesimi di millimetro indispensabili alla vita.

Oggi si parla molto di centratura, di ritrovare il proprio sé autentico, di raggiungere quella parte di noi stessi dove risiede il massimo potenziale.

Ripensando alla cellula, la riflessione sorge quasi spontanea:

non è che forse il centro è in questo caso da ricercarsi ai margini della nostra prospettiva?

 “Se tu non sei al centro di te stesso, altre esigenze non tue occupano il centro di te” dice Igor Sibaldi nel suo libro L’età dell’oro. 

Ma per realizzare la vera essenza di queste parole, vale la pena riconsiderare il significato che siamo soliti dare a quello che genericamente tendiamo a definire il centro delle cose.

Ci tocca tralasciare il senso più geometrico del termine per calarci in un significato meno tradizionale ma che meglio risponde alla ricerca di sé. 

Infondo la cellula non sa di se stessa ciò che vede uno scienziato mentre la osserva al microscopio.

Siamo quello che siamo, quello che pensiamo di essere o quello che ci inducono a pensare di essere le circostanze? Ma soprattutto, dove ci troviamo in questo momento?

Igor Sibaldi fa giustamente notare che ‘per tracciare il confine di una qualsiasi area, occorre esserne prima usciti…Se infatti non conosco i confini di un’area, come potrò sapere che un determinato suo punto si trovi proprio al centro di essa?’

Dunque per capire dove siamo dobbiamo uscire da noi stessi?

Esattamente.                                                                                          

Mi piace di tanto in tanto citare il Tao te Ching, un altro libro che, come la Bibbia, è stato abbondantemente frainteso, manipolato e commercializzato nel corso del tempo.

Se il saggio Lao Tzu fosse qui adesso, probabilmente direbbe che il centro è come il Tao: se cerchi di individuarlo scompare. Credo fosse questo il concetto che intendeva trasmettere quando scrisse “Chi definisce se stesso non può sapere chi è realmente.”

Chiediamoci se il protagonista che ciascuno di noi ha scelto di interpretare nella propria storia personale è necessariamente il perno centrale sul quale ruota la nostra vita. Oppure è anche questa un’interpretazione meccanica dell’esistenza che passivamente mettiamo in scena ovunque?

Una volta appurato che per trovare il centro non dobbiamo letteralmente cercarlo, ci potremmo sentire un po’  smarriti.

Come si fa,dunque, ad arrivare al centro del proprio mondo?

La prima volta che ho letto questa domanda mi sono sentita colta da una strana forma di entusiasmo, simile a quella che si potrebbe provare quando, durante una lezione interessante, il professore fa una domanda e tu pensi: Questa la so! 

Cel’hai proprio li sulla punta della lingua ma la risposta non vuole saperne di uscire, ed è come se avessi dimenticato qualcosa che senti appartenerti profondamente.

Igor Sibaldi nel suo libro al di la del deserto parla del concetto del non capire, una prospettiva interessante, soprattutto per chi inciampa spesso in sensazioni per le quali non si trova una definizione e che continuano a fluttuare dentro di noi sotto forma di intuizione.

 Questa condizione di disorientamento,sebbene l’apparenza ci suggerisca diversamente, è il punto di partenza ideale dal quale iniziare il cammino verso il centro del nostro mondo.

Niente certezze. Perché quel niente solamente può orientarci verso il centro.

Un po’ come la bussola di Jack Sparrow che traccia le coordinate dei desideri anziché indicare una rotta prestabilita.  In questo caso il primo passo non è individuare il centro di noi stessi ma piuttosto mettere noi stessi al centro.

Molti di noi restano tutta la vita nel guscio del proprio piccolo nucleo, al centro di un mondo che in realtà è soltanto un frammento. Una piccola realtà che si è cristallizzata intorno a noi, come un pacchetto da regalo che finisce per confondersi con il contenuto e rischia di non essere mai aperto.

Ce ne stiamo aggrappati con tutte le forze all’albero della nostra doppia elica di certezze con le quali ci siamo identificati, per paura di essere portati via dal vento dell’imprevedibilità.

Nel  momento in cui lasciamo andare la presa, ci liberiamo dai ruoli che non ci appartengono, dalla fatica quotidiana che comporta nutrire il bisogno di avere ragione, dalle limitazioni di un’educazione vecchia come vestiti smessi e passati da una generazione all’altra e da molte altre condizioni che ci tengono ancorati verso il centro di tutti e di nessuno, troppo affollato da cose altrui per lasciare spazio alla nostra espressione.

E poi c’è quel presente indicativo del verbo essere che ci immobilizza e ci contiene, ‘io sono’ che suona come una prigione, una scatola chiusa.

Ciò che è contenuto non può espandersi, ciò che è immobilizzato non può andare lontano.

Aldilà dei confini, dei condizionamenti, del passato e delle aspettative, lontano dalle abitudini e dalle rassicuranti certezze cominciamo a scoprire pian piano noi stessi. 

Come un albero in autunno, tutte le definizioni che ci hanno permesso di essere qualcuno si staccano, cadono. L’ io sono comincia a perdere terreno, a disgregarsi e scopriamo che il centro del nostro mondo si trova ben oltre il senso di identità che ci siamo trascinati lungo il cammino, fino a quel momento. 

A quel punto a ciascuno la propria scelta. Si potrà cercare di ricordare ciò che si è stati oppure fare metafisica e abbandonasi, senza voltarsi, a quello che sarà.

‘Io ero io. Niente che so di me è adesso : io sono continuamente libero da me stesso’ Igor Sibaldi

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