Non attaccamento
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Non attaccamento, istruzioni per l’uso

Praticare il non attaccamento: facciamo chiarezza su uno dei principi più popolari della filosofia orientale.

Quando si parla di insegnamenti che hanno radici antiche si fa presto a creare confusione.

Le informazioni si profondono come un’eco tra le montagne portando inevitabilmente con sé le digressioni accumulate lungo il percorso.

Ecco perché la verità non è mai una soltanto, anzi, ecco perché la verità non la si scopre cercando.

Più si cerca e più si rischia di trovare qualcosa. E quando si trova ci si illude che sia tutto.

Questo è accaduto per secoli, anche riguardo temi considerati universali, di base, come nel caso dell’attaccamento.

Questa parola, così tanto enfatizzata dalla stragrande maggioranza delle correnti filosofico religiose moderne, si è via via impoverita sempre di più ed ora non ne resta che l’ombra, appesa alle labbra della spiritualità organizzata.

Capita molto spesso che concetti complessi e impegnativi vengano diffusi dall’informazione commerciale in modo generico, senza tenere conto della specificità di chi li accoglie.

Non importa chi sei, cosa sei venuto a fare, quali sono i tuoi desideri, talenti, meccanismi, quanto sia delicata e unica la tua esistenza. Ci sono delle cose da fare e delle cose da non fare, punto. 

Diciamoci la verità, predicare il non attaccamento come via verso il risveglio mistico è diventato tanto popolare quanto dogmatico.

Ma al di là dei luoghi comuni cosa si intende davvero per attaccamento?

Di solito viene letto come una forma di materialismo che volge non soltanto al lato puramente pratico ma interessa le relazioni, i sentimenti, il senso stesso dell’esistenza. 

In parole povere, secondo certe correnti di pensiero, l’attaccamento sarebbe qualcosa che ci separa dalla realizzazione del nostro sé autentico. Qualcosa che blocca la nostra crescita interiore, un pericolo per l’evoluzione dell’essere. Insomma, sembra quasi una malattia da debellare.

Siamo proprio sicuri? A ben rifletterci qualcosa non torna: 

se è vero ciò che si dice negli stessi ambienti, che il creato è manifestazione divina, che tutto è uno, che ogni cosa è universalmente in reciproca connessione perpetua, allora rifiutare l’attaccamento in quanto parte integrante della nostra esperienza risulta coerente quanto una nota stridente all’interno di una sinfonia perfetta.

E se ci mancasse un pezzo?  

Se la paura diffusa di attaccarsi a ciò che definiamo terreno non fosse altro che un tentativo di auto-sabotaggio ben architettato?

Attaccamento vs Dipendenza

L’attaccamento  viene considerato tra le prime fonti di sofferenza. Nel momento in cui l’oggetto o la persona verso cui abbiamo sviluppato attaccamento ci viene tolta o se ne va, allora soffriamo.

E’ la stessa cosa che accade quando siamo in presenza di una forma di dipendenza.  Eppure dipendenza ed attaccamento sono due cose ben differenti.

L’attaccamento emotivo è fondamentale fin dai nostri primi momenti di vita.

Ed è la qualità di tale attaccamento a determinare in seguito il nostro equilibrio psico-emotivo e la capacità di gestire il proprio mondo.

Sviluppare un sano attaccamento ci mette in condizioni di saper creare relazioni, gestire le difficoltà e le emozioni, sviluppare la comprensione di tutto quello che ci circonda, in modo lucido e attivo.

Soprattutto i bambini è bene che imparino a sviluppare appieno il proprio attaccamento, la propria identità, il proprio senso di confini e di libertà.

L’attaccamento permette di creare una base solida, il terreno nel quale affondare radici robuste.

Non bisogna rifuggire la realtà, bensì afferrarla ancora più saldamente.

Praticare la formula del non-attaccamento non significa assolutamente opporre resistenza, come spesso viene consigliato di fare, ma piuttosto lasciarsi attraversare.

Non avere attaccamento, nel senso inteso dagli insegnamenti spirituali antichi, significa avere il coraggio di superare se stessi, una disidentificazione (al momento giusto) dai ruoli che portiamo, pur riuscendo a viverli pienamente.

Significa percepirsi al di là di ogni altra cosa.

Chi travisa il senso di attaccamento spesso crea solo una nuova paura da combattere.

La cosi detta via del non-attaccamento dovrebbe invece condurre verso un’approfondita conoscenza di sé e gradualmente delle proprie più intime paure.

Abbiamo talmente disimparato a praticare un sano attaccamento  che forse l’augurio migliore che posso fare è quello di ritrovare il coraggio di attaccarsi, alla vita, alle esperienze, alle persone, alle possibilità.

Smettere in primo luogo di aver paura dell’attaccamento e mantenere una mentalità elastica ed un intuito vivo.

Non- attaccamento significa essere curiosi, esporsi, essere disposti a cambiare idea tante volte quante la vita ce ne dà l’occasione .

Significa vivere pienamente sia la paura della perdita che la perdita stessa, senza mai comprimersi per lasciare più spazio al dolore. 

Mi chiedo come si possa approssimare un tale fragile e intenso processo cercando di renderlo alla stregua di una semplice regola da osservare.

Centratura, attaccamento, lasciar andare, radicamento, tutte parole che ruotano intorno allo stesso significato. Un tipo di libertà che può solo essere scoperta e non descritta.

Se hai paura di attaccarti, vuol dire che non sei pronto per mettere in pratica un simile principio. Non puoi abbandonare qualcosa che non hai integrato.

Volete elevare la vostra spiritualità?

Bene, cominciate a non aspirare arbitrariamente alla Bhuddità, cominciate a conoscere voi stessi attraverso i vostri desideri. Quelli del cuore, quelli che sono li da sempre come una segnaletica stradale per indicarvi la via, non la scorciatoia, verso il centro di voi stessi e poi oltre. 

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