Mangia che ti passa
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Mangia che ti passa

“Mangia che ti passa” è un pò il mantra delle nonne premurose, quelle che nei piatti ci mettevano tanto amore quanto abbondante era la porzione… La consolazione che possiamo trovare in un piatto così è già di per sè terapeutica.

La nonna di una volta non preparava di certo i suoi piatti seguendo una tabella nutrizionale. Eppure l’associazione con un pasto sano e genuino nasce spontanea. 

Senz’altro, in questo caso, la dicotomia cibo ed emozioni meriterebbe di essere approfondita… Ma se ci pensate bene, ci sono altri dettagli che caratterizzano la cucina tradizionale casalinga delle nonne.

In primis non contemplava l’uso di additivi, aromi artificiali, preparati raffinati. Era sincera come le massaie di una volta.

In secondo luogo, il segreto per fare le cose buone era la calma, ogni cosa veniva fatta senza fretta, ed era la regola non l’eccezione!

Proverbiale placida rassicurante cucina delle cotture lente, dell’impasto che riposa sotto il panno di lino, del mescolare adagio adagio ma instancabili.

Mangia che ti passa tra proverbio e verità

Dal momento che ci muoviamo in direzione di una realtà alimentare sempre più sintetica e intensiva, vale la pena domandarsi se tornare ad uno stile di vita effettivamente sano, che non venga considerato tale solo perchè c’è scritto bio sulla confezione, sia davvero possibile.

Un’approccio super partes verso quel tipo di alimentazione sana e consapevole di cui tutti parlano ma che sembra ormai merce rara, richiede la disponibilità ad accompagnare il naturale evolversi delle cose secondo i tempi previsti da mamma natura.

Occorre, prima di passare alla pratica, lasciarsi alle spalle il vecchio paradigma medico che sopprime i sintomi superficiali e alimenta la malattia profonda.  

Secondo tutte le più antiche tradizioni popolari del pianeta, cibo e medicina fanno parte della stessa equazione.

Dicevano, in sunto, che ascoltare e accogliere i nostri disagi, il nostro dolore, è un modo per dire a noi stessi che siamo disposti a collaborare e che desideriamo stare bene.

Quando scegliamo di assumere farmaci di sintesi, per soffocare un sintomo o un allergia, trasmettiamo invece il messaggio opposto. Ed è come se combattessimo contro il nostro stesso corpo.  

Un pò come quando per soffocare un dolore emotivo affoghiamo le emozioni dentro il primo cibo spazzatura che ci capita a tiro. E’ decisamente una pratica comune.

Risulta assurdo, eppure il procedimento in base al quale scegliamo di mettere a tacere i campanelli d’allarme del nostro corpo con metodi invasivi, appositamente studiati dal sistema farmaceutico per inibire le manifestazioni sintomatiche, è praticamente lo stesso.

I benefici dispensati dalla natura, seppur gradualmente, arrivano sempre.

Certo, viviamo in un mondo in cui ormai i pesticidi e i gas tossici spesso si respirano nell’aria, non si vuole negarlo. Ma è importante che questo non diventi una giustificazione per vivere in modo passivo.

La presenza delle zanzare nell’ecosistema non ci impedisce mica di installare una bella zanzariera per proteggerci dalle loro punture. Allo stesso modo possiamo fare dei passi per migliorare le nostre abitudini.

E’ di fondamentale importanza aggiungere che utilizzare metodi di cura naturali e scegliere uno stile di vita salutare non significa diventare irresponsabili e rifiutare cure adeguate quando sono necessarie. La medicina dei nostri giorni è importante, ed è altresì importante farne uso quando occorre.

Tuttavia cominciare a prenderci cura di noi quotidianamente, e non solo quando insorgono i disturbi, è un gesto di coerenza che possiamo compiere nei confronti di noi stessi.

Il potenziale che la natura ci mette a disposizione non ci è stato trasmesso fino in fondo, ed è stato in parte dimenticato per fare spazio alla crescita di un’industria farmaceutica sempre più ambiziosa.

Il risultato di questo è che troppo spesso,ancora oggi, si tende a banalizzare la capacità di uno stile di vita intelligente, di un’approccio obbiettivo ma aperto all’olismo e all’alimentazione di qualità come via di guarigione.

In quest’ottica, ‘mangia che ti passa’ non è più un semplice detto popolare. Diventa per tutti noi un monito, per ricordarci che mangiare ci aiuta a ‘far passare’, a lasciarci i malesseri alle spalle. E’ uno strumento che agisce sul corpo tanto quanto sulla mente e sulla coscienza.

Il cibo è parte della nostra storia

Cerchiamo, come regola generale, se possibile di dare la preferenza ai prodotti stagionali, siamo più connessi ai cicli della terra di quanto possiamo immaginare.

Anche se viviamo in una società gastronomica interculturale dove possiamo sbizzarrirci tra infinite proposte culinarie, facciamo in modo di non trascurare la nostra cucina tradizionale.

Essa fa parte del nostro prezioso patrimonio alimentare, quell’informazione ereditaria che da una generazione all’altra ci tramandiamo attraverso la memoria genetica… E sì, anche con qualche vecchio ricettario dalle care pagine ingiallite.

Piovono polpette…sì, ma di verdura!

In un mondo dedito alla ricerca di alternative sempre nuove, molti si domandano come dovremmo considerare i surrogati alimentari.

Oggi è facile imbattersi in simulazioni gastronomiche, alimenti surrogati che hanno il compito di sostituire un determinato cibo imitandone l’aspetto. Ma che in realtà possiedono caratteristiche e composizione del tutto diverse.

Dalla bistecca di bovino al burger vegetale il passo è breve, perchè oggi possiamo trovare entrambi al supermercato sotto casa.

Nonostante gli infiniti vantaggi che le proposte alimentari alternative offrono, il rischio che il consumo di surrogati industriali cela, è quello di confondere un alimento senza “qualcosa” con un’alimento salutare.

Stesso discorso dunque per le bistecche di soja transgenica o le polpette vegan confezionate a lunga scadenza. Per i prodotti privi di glutine ma ricchi di amidi modificati. Oppure i biscotti senza zucchero farciti tristemente di edulcoranti.

Surrogati si! Però occhio all’etichetta

Non si tratta di trovare il pelo nell’uovo, ma solo di renderci maggiormente consapevoli.

Detto ciò, talvolta avvalersi di alimenti surrogati può rappresentare un’ottima scelta, soprattutto se fatta in maniera accurata ed intelligente.

Qualunque sia la ragione che ci spinge a voler modificare le nostre abitudini alimentari, mettere in pratica i buoni propositi potrebbe inizialmente non essere così semplice.

A volte le resistenze partono proprio dal corpo, assuefatto a un certo tipo di sostanze (come gli zuccheri industriali, che creano dipendenza). 

Spesso è l’inclinazione mentale ad abbandonare con difficoltà le consuete vecchie abitudini.

In questo caso il surrogato può giocare un ruolo strategico, traghettandoci gradualmente oltre il girone dei golosi, verso una libertà di scelta di cui ignoravamo l’esistenza.

Immaginate di mangiare un pacchetto di patatine industriali prima di pranzo, ci sono ottime probabilità che tutto quello che verrà dopo, vi sembri scialbo.

Già, perchè l’organismo, soprattutto dopo un lungo periodo di assuefazione ai prodotti industriali, si trova in uno stato simile alla dipendenza e ha bisogno di essere ri-educato ad una sana percezione dei sapori e delle proprie esigenze nutritive. 

Sarà come riparare dei circuiti corrotti che influenzavano le nostre preferenze alimentari.

Se ti piace…non mangiarlo

Quante raccomandazioni abbiamo ricevuto sul cibo? Molte risalgono alla prima infanzia, dove fin da subito qualcuno ci ha fatto capire che le cose più buone al palato, di solito, sono quelle che dobbiamo evitare.

Questo brutto malinteso richiede assolutamente una spiegazione, anzi una vera e propria correzione.

Nella mente di un bambino questo paradosso alimentare rischia di scatenare una crescente confusione, o addirittura di creare delle situazioni patologiche.

In effetti sono di solito proprio i genitori ad “iniziarci” con quegli stessi cibi che poi ci vengono descritti, contemporaneamente, come nocivi per la salute.

Permettere a un bambino di mangiare della cioccolata ma comunicargli che il cioccolato in realtà fa male, crea un evidente conflitto. Non fosse altro che tale tipologia di cibo è spesso quella messa in stretta relazione con la spensieratezza, le feste, l’allegria e la convivialità gioiosa.

Che non sia in parte il rassicurante eco delle gioie vissute a spingerci verso la ricerca del cibo proibito, proprio nei momenti in cui sentiamo il bisogno di bilanciare i nostri stati d’animo più cupi?

Se un bambino trascorrerà gran parte dei momenti di condivisione familiare seduto alla tavola di un fast food, è probabile che quella porzione di cibo scadente assumerà per lui un significato fortemente affettivo.

A qualcuno potrà sembrare assurdo, ma sarebbe utile e doveroso aiutare i bambini a non creare associazioni emotive inconsapevoli. Come quella tra i cibi spazzatura e i momenti di gioco.

Molto meglio invertire la rotta prestabilita e portare il gioco nel cibo anzichè viceversa.

E’ possibile creare una situazione in cui i bambini siano resi consapevoli degli effetti del cibo sull’organismo, compreso il fatto che alcuni alimenti possono essere consumati in quantità,mentre altri solo ogni tanto, ma senza creare conflitti e rendendo gioioso e significativo ogni momento del pasto.

Noi tutti, che lo sappiamo o no, nelle nostre scelte alimentari siamo in gran parte influenzati da esperienze e condizionamenti che hanno origine proprio nella prima infanzia. A volte è sufficiente ricordarsene per sganciarsi dal meccanismo.

Una tra le più moderne e interessanti teorie circa la neofobia infantile, avrebbe a che fare con la memoria atavica.

Cioè la diffidenza rispetto a un certo tipo di cibo sarebbe la risposta ad un’antica e istintiva prudenza, che ci è stata tramandata sin dalla preistoria, quando in natura saper distinguere fra tossico e commestibile era una questione di sopravvivenza.

Ciò spiegherebbe il rifiuto di molti bambini verso la verdura tal quale.

E allo stesso tempo, ci offre un brillante spunto di riflessione rispetto al ruolo della memoria nello sviluppo delle nostre tendenze primarie e non.

Il tempo in cui i mandarini e le noci erano il cibo della festa non è poi così lontano. Ci sono ancora molte persone che possono raccontarlo, che possono rievocare attraverso i loro racconti la magia di un’infanzia in apparenza molto diversa da quella moderna, ma che di base si centra sulla stessa capacità di sorprendersi, meravigliarsi, assaggiare e scoprire il sapore dei momenti lieti.

La zuppetella

C’era una volta una bambina, che scappava puntualmente dal collegio. Piccola ma decisa, attraversava la notte come un topolino sulla via di casa.

La mamma si vedeva arrivare sull’uscio quella sua piccola magra creatura, la povertà era tanta ma la fame era di più.

“Tu non mangi mamma?” – “Ho già mangiato” rispondeva benevola mentre il ventre vuoto borbottava.

Il profumo di latte caldo si sollevava a sbuffi e il pane secco era già in tavola pronto a tuffarsi nella tazza. La Zuppetella era pronta.

La gioia si misurava in bocconi, zuppi di latte e di amore, e attraverso la luce dei piccoli occhi soddisfatti da tanta bontà.

Una fiaba? No, una storia vera, giunta dai racconti di una oggi mamma, donna che torna bambina ogni volta che il boccone di pane e latte le imbrodola le labbra compiaciute.

Ci sono cose che il cuore assorbe, non importa perchè alcune più di altre. Ma di solito, chissà come, il cibo la fa da protagonista.

Mangia che ti passa. Mangia, mangia…piccola bimba in fuga. Latte caldo per riscaldare il cuore, pezzetti di pane per ritrovare la via.

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