la morte è pura illusiione

Come ammazzare la morte e vivere felici #la morte è un’illusione

La Morte è un’ illusione dei sensi

Essere consapevoli della propria natura divina non significa dover rifiutare la propria umanità. Per decifrare o confutare l’esistenza della morte, oggigiorno molti cercano di spersonalizzare l’entità fisica, di spiritualizzare ogni cosa opacizzando i colori della realtà manifesta,conosciuta come vita terrena. “Morire all’ego” dicono alcuni mistici, e molti cercano di farlo negando l’esistenza, rifuggendo la carne, rinchiudendosi nello splendore di una cattedrale immaginaria inondata di luce artificiale. Partire dal presupposto che siamo esseri spirituali impegnati a vivere un’esperienza fisica è come filosofizzare sulla presenza del torsolo nella mela, ovvio ma inutile ai fini di questa ricerca. Chiunque sia su un cammino percettivo riconosce già interiormente un’essenza priva di forma, ma che attraverso la forma indaga se stessa. Senza la forma, il concetto stesso di morte che abbiamo creato svanirebbe, perciò non possiamo eliminarla dall’equazione. Cercare di capire la morte non ci servirà se abbiamo rifiutato la vita.

“la morte è solo un orizzonte… e l’orizzonte è il limite dei nostri occhi.” Sognando L’Africa – Kuki Gallmann

Morte è una parola che di per se stessa dice tutto e niente, è nata per definire la fine…precisamente di che cosa non si sa…  Se analizziamo il contesto, la morte può coincidere con l’arresto del battito cardiaco ma non è il cuore che si ferma, questa condizione cel’ha già una propria definizione. La morte non è l’assenza di attività cerebrale, perchè anche questa si autodefinisce. Non facciamo l’errore di assimilarla all’al di là, che come suggerisce il termine viene semmai successivamente. E’ soltanto una definizione che sancisce la fine di una fase, non possiamo dire della vita, perchè vita è un concetto troppo ampio e che ci sfugge non appena lo estraiamo dal contesto di un esistenza percepita dai sensi. La morte è come l’orizzonte, è li per mostrarci un confine illusorio che possa appagare la logica e scandire il ritmo del nostro infinito viaggio.

Se non esprime uno stato, forse, consiste in una transizione. Magari è come il ciak del regista, che separa simulazione e realtà, eppure ciò che rende tali l’una e l’altra è solo una questione di prospettiva.

Sapete cosa mi viene in mente? C’è un altra parola che per definizione ricorda moltissimo la morte e che esprime un concetto altrettanto astratto quanto misterioso: Il Tao.

Dove partenza e arrivo coincidono

Nel primo verso del Tao Te Ching, il saggio Lao Tze prova a non spiegarci che cos’è il Tao, dicendo : “Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao. Il nome che si può pronunciare non è lo stesso nome.”  e conclude: “… il mistero stesso è la porta che conduce a ogni conoscenza.”

Caso vuole che l’accezione intuitiva che esprime l’essenza innominabile della vita, vesta gli stessi panni dell’altrettanto inafferrabile presunto opposto.

Bisogna ammettere che accettare che qualcosa non abbia spiegazione, o non debba essere definito, è inaccettabile per la cultura occidentale. E quando non ne siamo capaci , farnetichiamo di fede e di miracoli.

Lao Tze ci semplifica la vita, e ci invita ad assaporare il paradosso che il mistero crea. La morte non esiste, o meglio, esiste in assenza di se stessa. Questo senso di pacifico abbandono ad una frase all’apparenza insensata,basterebbe per concludere ogni riflessione circa il tema della morte. Ma noi abbiamo fame,vero? E vogliamo raggiungere il torsolo un morso dopo l’altro.

“Comprendete la vostra essenza e vedrete la fine senza conoscere la morte”  Tao te Ching- verso 50 –

 

La vecchia fantascienza adesso è nuova scienza

Questa Morte… quante bugie in una parola soltanto, quando l’uomo non ha una risposta, inventa. Ma quando quest’inventiva viene usata come strumento di potere e controllo, l’immagine che si prospetta non è mai ridente.

Fortuna che tra gironi infernali e paradisi da conquistare con sacrificio, si frappongono individui assetati di sapere, investigatori dell’ignoto che spesso vestono i panni dello scenziato, sovvertitori di realtà pronti all’impatto della scoperta, il cui talento è mostrarci nuove possibilità.

Non possiamo non citare le famose ricerche di Robert Lanza, dottore e scienziato che attraverso la sua teoria del biocentrismo spiega come l’universo e tutto ciò che conosciamo sia un prodotto della coscienza. Sulla base della sua teoria ogni cosa che apparentemente muore è in verità generato da una coscienza perpetua, la quale non è soggetta al deterioramento della materia. Tutte le cose con cui interagiamo nella nostra vita sono il prodotto della nostra comprensione. D’altronde che la nostra percezione sensoriale sia il risultato di impulsi elettrici prodotti dai neuroni non è una novità, è il nostro cervello ad elaborarli e tradurli in una forma consistente e sperimentabile. In pratica, Lanza dice che la nostra conoscenza del mondo è un’interpretazione e che , per come la conosciamo, “la morte è un’illusione creata dalla nostra coscienza.”  Il cielo per noi è azzurro, ma vi sentireste di concludere che lo sia oggettivamente senza considerare la possibilità che quel colore sia frutto e conseguenza di una serie di parametri che noi abbiamo scelto di riconoscere come veri?

Il solo fatto che un grande numero di validi scienziati, di oggi e di ieri, abbiano introdotto punti di vista differenti su uno stesso argomento, dimostra che le nostre certezze dipendono in gran parte dalla prospettiva dominante.

 

La Morte consuma la materia, ma la materia non esiste…

Il fisico Max Planck dopo decenni spesi nella ricerca e nell’analisi della materia giunse ad una conclusione: “La materia non esiste”. Questa affermazione celebre è stata quanto di più sconcertante ci si potesse aspettare da uno tra i più eminenti sostenitori della fisica tradizionale e si basa sulle scoperte scientifiche che hanno fatto luce su uno degli aspetti più discussi della fisica e non solo: di che cosa è composta la materia? Di che cosa siamo fatti noi, la terra,le stelle, il divano, il cane, il libro, la mela che stiamo mangiando?  Quando è stato scoperto l’atomo si pensava di aver raggiunto l’obbiettivo ultimo,una risposta definitiva. Ma, nel tempo, particelle sempre più piccole hanno fatto capolino dall’universo del microcosmo, quasi volessero prenderci in giro. Fino a che, nell’ infinitamente piccolo, si è palesato qualcosa di immenso: la materia è costituita da informazioni e non da particelle subatomiche, la materia poggia apparentemente sul nulla più totale.

La Teoria delle possibilità:

Onda o particella? questo è il dilemma, se solo Amleto lo avesse saputo…

Dopo le prime rivelazioni nate sotto il segno della fisica quantistica c’è stato un excursus incalzante di teorie e ricerche che hanno letteralmente scavato nuove vie per il pensiero razionale e che paradossalmente, al tempo stesso, si sono anche riallacciate ai più grandi insegnamenti mistici spirituali. Sulla base del principio di indeterminazione di Heisemberg è stato condotto il famoso esperimento della doppia fenditura. Questo esperimento ci dice che tutto nell’universo si comporta come una particella e come un’onda contemporaneamente e dimostra come l’esperienza reale sia semplicemente un collasso della funzione d’onda, ossia quello stadio preciso dove l’esperienza si concretizza tra una serie di possibilità tutte quante egualmente realizzabili. L’unica variabile è rappresentata da quello che in fisica viene detto l’osservatore, ovvero una presenza cosciente. Per semplificare al massimo possiamo dire che la scienza oggi è in grado di mostrarci molteplici visioni parallele della stessa realtà e che la realtà manifesta è il risultato della nostra presenza, o ancora meglio, dalla qualità della nostra presenza. In altre parole, un’interpretazione della realtà.

Questo straordinario elogio all’incertezza ci consente di comprendere in parte ed accettare i paradossi che permeano la nostra esistenza. Tutte le deduzioni che hanno rivoluzionato il pensiero comune e scientifico sulla realtà, hanno molto da spartire con il moderno concetto filospirituale di trascendenza e di non dualità. Da questa nuova prospettiva si rivela sempre più nitida una condizione insita nella struttura fondamentale dell’universo, e cioè che non esiste alcuna verità assoluta. Tutte le più grandi scoperte scientifiche innovative del secolo scorso, hanno portato alla rottura del paradigma secondo il quale esiste una realtà imprescindibile, dove la vita e la morte sono certezze inoppugnabili.

“La teoria della probabilità non è in fondo che il buon senso ridotto a calcolo: essa fa apprezzare con precisione ciò che gli spiriti giusti sentono per una sorta di istinto, senza che essi possano, sovente, rendersene conto”.                                                                                                                                                                                     Pierre Simone Laplace

Come dicevamo sopra, Planck asserì che la materia non esiste. Per essere precisi, le sperimentazioni sull’atomo dimostrano che la realtà è costituita al 99,99% di vuoto totale. Ci affidiamo alla scienza pensando che possa spiegarci ogni cosa, quando invece di fatto può definire solo l’1%. E quest’1% è fatto di pensiero, di informazione.

Ma se la materia è per il 99,99 per cento vuota, vuol dire che anche noi siamo per il 99,99 per cento fatti di vuoto. E con il nostro 1% di parziale comprensione pretendiamo di sapere tutto, questa la nostra ingenua presunzione.

La verità è che per sperimentare quel 99,99% dobbiamo scivolare nel mistero.

A casa di Hilbert

In fisica si parla dello Spazio di Hilbert, un contesto astratto, vettoriale, anche definito come spazio delle possibilità.

E’ in questo spazio immaginario che tutta la magia dell’esistenza è libera di manifestarsi. E’ qui che l’equazione di Schrödinger colloca la sua famosa superposizione, dove tutti gli stati e le possibilità sono copresenti ed è proprio qui,in questa dimensione, che il gatto di Erwin è sia vivo che morto.

A definire il concetto di nuova scienza fino all’attuale universo probabilista, hanno contribuito grandi menti geniali, scienziati e filosofi che hanno saputo sporgersi oltre i limiti, che hanno gettato i semi affinchè le nuove scienze divenissero un ponte per scoprire la nostra natura immortale, e che da un’intuizione hanno saputo creare grandi visioni.

Mi piace immaginare questi formidabili personaggi a cena insieme, come fosse una rimpatriata tra vecchi amici, dove ognuno porta qualcosa.  Tutti raggiungono l’indirizzo indicato sull’invito, il campanello reca la targhetta “casa Hilbert”.

Entrano e si ritrovano seduti in questa grande stanza vuota fatta di infinite possibilità, il tutto apparecchiato con il prodotto della loro geniale intuizione.

Potrà sembrare una vignetta priva di significato, eppure questa visione apparentemente leggera rappresenta forse la prospettiva più accessibile per una sana osservazione della realtà, dove possiamo concederci di ragionare al di là della determinante spazio-tempo.

Proviamo ad immaginare che in questo luogo, dove danzano le intuizioni e le menti geniali creano, si trovi il nostro universo insieme a tutte le infinite variabili e probabilità. In tale contesto, con quale criterio definiremo una tra queste più reale delle altre?

Mentre le onde vibrazionali agitano la nostra barchetta di certezze, le particelle sono li a ricordarci che abbiamo un ciclo vitale a tempo determinato. E non possiamo farci nulla! E’ la mente a definire cosa sia un esperienza reale ed una immaginativa. Il confine tra realtà e illusione si assottiglia, non siamo assolutamente in grado di stabilire cosa sia vero e cosa falso. Possiamo solo vivere esperienze.

Esiste qualcosa di inconoscibile alla mente ma sperimentabile attraverso le fasi del corpo e l’espressione della forma.

Possiamo dunque pensare alla morte come ad un esperienza? Persino chi ha sperimentato le così dette “Near Death Experience” non le descrive mai come avvenimento determinato, parla piuttosto di cio che accade dopo, parla di altre esperienze e di altri vissuti, mai della morte. Questo perchè la morte non è affatto una condizione, ma un divenire, come una sorta di scivolo dimensionale.

 

Un’ unica coscienza collettiva

La morte è pura illusione della mente, abbiamo creato uno spaventapasseri che limita il nostro volo creativo. Abbiamo ali, ma zoppichiamo sulle nostre paure arcaiche.

Nel Tao della Fisica, Fritjof Capra scrive :«I concetti della fisica moderna presentano spesso una sorprendente corrispondenza con le idee espresse nelle filosofie religiose, in particolar modo quelle orientali.”

Forse è giunto il momento di lasciarsi andare, abbandonarsi al mistero dell’esistenza-non esistenza,unico modo per compenetrarla,come ci insegnano il Tao, la Bagavad Ghita, la Kabbalah,la tradizione vedica e tutto l’antico pensiero spirituale,mistico,filosofico delle tradizioni più remote, ancora non del tutto contaminate.

La prima parte dell’articolo è un sincero invito a non diventare dei fanatici della spiritualità e finire col mimetizzare dietro ad essa, dietro ad un efferato senso di universalità, le nostre paure e i nostri interrogativi circa la morte e la vita stessa. E voglio ribardirlo, così facendo si rischia di spogliare le cose del loro proprio significato e mescolare tutto in un unico calderone pieno di approssimazione e di incuria. Un modo di vivere, questo, privo di consistenza e che non ha nulla a che fare con il lasciare accadere di cui ci parla il Tao te Ching, ma che somiglia più che altro a un modo irresponsabile di sfuggire alla vita.

La spiritualità di cui parla Capra nel suo libro, a quella vogliamo piuttosto aspirare. Aperta, povera di giudizio e di certezze, ricca di domande e di ricerca. Non un velo che copre bensì un tappeto su cui volare.

Come dice la dottoressa Erica Francesca Poli, “se al posto degli occhi avessimo dei miscroscopi elettronici vedremmo un continuum tra noi e gli altri e la materia, non percepiremmo alcun tipo di separazione” perchè letteralmente coscienti di essere in collegamento con tutto ciò che esiste. Da tale prospettiva, potremmo finanche percepire la nostra natura infinita. I confini mentali sono utili e necessari all’esperienza che stiamo facendo, ma non sono che un’involucro, come lo è il linguaggio, come lo sono i libri. Probabilmente nella nostra realtà densa e sensoriale occorre che lo spazio sia limitato, per quanto vario, come la memoria di un computer. La morte è simile ad un reset, un backup del sistema. E’ un paradigma e nulla più e come tale, chissà, un giorno potrebbe crollare. Rimaniamo aperti, guardando dunque la morte come ad un passaggio, non come ad un ben più illogico oblio definitivo. Distacchiamoci dal concetto moderno di al di là in quanto forma di merito o di castigo, che è un’invenzione recente creata ad ok per re-legare i popoli. E a momento giunto, forse, saremo più portati a varcare la soglia, con curiosità, piuttosto che restare incastrati nel nostro piccolo grande mondo di certezze. Per realizzare infine che l’antagonista non è la morte in se stessa,ma la nostra grande paura di essere liberi.

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